Memory, in practice: l’arte che ricuce il paesaggio


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3 gennaio 2026

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Parlare di sostenibilità significa parlare di futuro, ma anche di ciò che ricordiamo e che scegliamo di custodire. Esiste, infatti, una dimensione simbolica e culturale in cui si può declinare questo concetto, che dimostra come l’arte possa diventare uno strumento per ripensare il rapporto tra uomo e ambiente. L’installazione Memory, in practice di Nacho Carbonell al MAXXI di Roma lo dimostra con forza, trasformando la hall del museo in un paesaggio emotivo, fisico e condiviso. Alla base del progetto c’è la memoria personale del designer, radicata nei luoghi della sua infanzia tra mare e giardino, fatta di materiali, gesti, texture, movimenti. Questa memoria diventa strumento di progettazione e si traduce in uno spazio che invita il pubblico non solo a guardare, ma a vivere l’opera. Il grande albero di sette metri, costruito con materiali naturali e sperimentazioni tecniche, avvolto da reti da pesca che formano chiome luminose, più che semplice scultura è organismo: offre luoghi per sedersi, sostare, ritrovarsi.

Le reti, simbolo di sfruttamento marino, si trasformano in protezione, luce e accoglienza; la materia recuperata diventa architettura poetica. Il metodo di lavoro, le varie tecniche di modellazione, i materiali come legno, metallo, tessuti, pigmenti, sughero, silicone e innumerevoli componenti naturali in forma di polveri, si presentano in diverse forme e funzioni. Intorno all’albero si sviluppano, infatti, sedute, lampade, superfici, oggetti che fondono natura e artificio, artigianalità e sperimentazione, suggerendo un nuovo modo di abitare gli spazi pubblici. Qui il design è pratica responsabile: dimostra che riciclo e riuso possono generare bellezza e relazione.  L’esperienza proposta da Memory, in practice mostra come un museo possa diventare un laboratorio di consapevolezza, dove il confine tra spazio pubblico e spazio artistico si dissolve. La hall del MAXXI si trasforma in un ambiente attraversabile, inclusivo, aperto all’uso quotidiano, in cui il pubblico può sostare, incontrarsi, riflettere. In questo modo l’arte non rimane distante, ma entra nella vita reale, stimolando una nuova educazione al rispetto del paesaggio e alla responsabilità verso la materia che utilizziamo. L’installazione diventa così pratica concreta di sostenibilità culturale: insegna che innovazione, sperimentazione tecnica e memoria affettiva possono coesistere e generare nuove forme di convivenza tra persone, natura e città.  Racconta come la memoria individuale possa diventare memoria collettiva, creando comunità attorno alla cura del paesaggio. In questo dialogo tra arte e ambiente prende forma un messaggio chiaro: la sostenibilità nasce quando impariamo a trasformare ciò che consumiamo in qualcosa che unisce, rigenera e ci ricorda chi siamo e il mondo che vogliamo proteggere.